Ridere allunga la vita…

Ho letto e sentito dire da qualche parte che ridere fa bene e allunga la vita. Benissimo, lo sapevamo: il riso è proprio dell’uomo, sosteneva Rabelais. E allora, ridiamo! Ma quando, come e dove farlo? Se ci volgiamo intorno, ci accorgiamo che le fonti di produzione del riso sono andate prosciugandosi, fino al punto che sembra impossibile reperirne le tracce. Una volta c’erano i periodici umoristici, come Il Travaso e il Marc’Aurelio con le loro irresistibili vignette e c’era Festa Campanile con le sue eleganti  freddure (“Quando ti nasce un figlio, non sai mai chi ti metti in casa”, “non c’è alcun rapporto tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”); c’erano i comici del teatro e del cinema, Charlot, Stanlio e Olio,  Peppino e Totò, Walter Chiari, che, amorevolmente,  ci aiutavano a soddisfare quel bisogno naturale, direi primario.  Poi arrivò la televisione con i suoi spettacoli per le masse, la quale avocò a sé, quasi interamente,  la funzione culturale: in particolare, quella comica, con effetti  tendenti gradualmente al qualunquismo ridanciano, alla scurrilità sguaiata, all’ amoralità irriverente in una generale perdita di vigore espressivo del linguaggio.

Oggi, la vita si è irreggimentata  nel cupo conformismo ai miti sfornati dalla televisione che del riso, credo,  ha perso anche la nozione più elementare, se  gli addetti alla produzione del riso –  compresi i personaggi del  cinema  e del teatro che, pur di porsi ancora in vetrina per tener vivo il loro  gradimento, vengono in Tv a raccontare aneddoti “spiritosi” di banale vita privata – riescono solo a far piangere di rabbia e a suscitare propositi di vendetta.

Eppure il riso risponde, oltre che a una necessità naturale, anche a una funzione sociale e  del riso si è sempre occupata la letteratura -fin dai tempi dei greci e di Orazio- e il pensiero filosofico. Henri Bergson pubblicava, circa un secolo fa, un saggio su “Il Riso”, dove, tra l’altro, il filosofo, cugino di Proust, sosteneva il carattere sociale del riso, poiché, diceva, non si ride da soli e attraverso il riso la società richiama all’ordine coloro che svolgono un’azione disgregatrice. Il riso, inoltre,  essendo provocato da quanto c’è di innaturale, di meccanico nel comportamento umano, produce non solo un effetto liberatorio immediato, ma favorisce l’attività conoscitiva che reintegra la realtà nella sua essenza. Comunque, è bene precisare, si ride sempre del sembrare, non dell’essere, almeno tra le persone civilizzate.

Sfruttando le suggestioni  bergsoniane, proviamo a chiederci quanti e quali spettacoli, o comici addetti alla produzione del riso riescono, oggi, in questa finalità. Poiché la nostra è una rubrica di critica televisiva,  parliamo, naturalmente,   di televisione. A parte il travestimento  sgangherato che rivela l’insensato pregiudizio maschilistico -solo gli uomini si travestono- contro l’indole ciarliera e lussuriosa della donna, dovrebbero far ridere le innaturalezze, o le deformazioni di  … taccio i nomi troppo noti e diciamo di tanti personaggi sbiaditi in cui le acciaccature e lo scimmiottamento con l’enfatizzazione meccanica della cadenza nella pronuncia  e nei gesti dovrebbero  oltrepassare il codice espressivo apparente per condurre all’essenza che, invece,  si rivela un’Assenza dell’ubi consistam, cioè, un’Abolizione di senso e di significato,  l’uno e l’altro legati a un secondo livello di comunicazione  che, purtroppo, è inesistente; insomma, ne viene fuori un Nulla articolato e insignificante: quello che, secondo costoro, merita lo spettatore.  Dovrebbero far ridere le barzellette dei barzellettieri confezionate per un pubblico  di modestissime capacità di spirito; dovrebbero far ridere gli aneddoti, che sono scipiti  fatterelli personali degli ospiti, condite con arcaici qui pro quo e volgari giochi di parole. Insomma, pare che per gli organizzatori lo spirito si debba muovere sui livelli più bassi dell’intelligenza e del linguaggio. (I comici veri -i Guzzanti, Paolo Rossi, Chiambretti, Luttazzi, etc.- ci sono ma circolano poco e male in TV, relegati su Raitre, la rete “comunista”, in coda ai programmi serali, sotto la minaccia di   soppressione).

Qualche sorpresa possono  riservarla solo  le astuzie degli operatori con l’uso di una cinepresa che, come già notava Pirandello, ha il potere deformante di rendere meccanici gesti e parole. Vi ricordate Stefania Sandrelli nel ruolo di aspirante attrice  che si  butta giù dalla finestra -nel film Io la conoscevo bene di Pietrangeli-  per la vergogna di vedersi ripresa in pellicola come una bambola meccanica? E le lacrime di disperazione di Anna Magnani  in Bellissima di Visconti, dove la sua bambina appare riprodotta come una marionetta che fa morire dal ridere  i crudeli addetti ai provini? La stessa sorte  ha dovuto subire, domenica scorsa, una nota top model anglofona, vittima di un’intervista vana quanto morbosa della conduttrice di “Domenica in”, alla quale la modella sembrava  rispondere meccanicamente   con  una formula, sempre la stessa  (I think so, I think so), adattata dall’operatore e dal traduttore con un effetto distorcente e comico.  Ci hanno fatto ridere  fino al disgusto.

Infine, se fosse vero che tutte le insulsaggini propinate dai nostri presentatori  tv fanno ridere, dovremmo giungere alla conclusione che solo i semplicioni hanno diritto alla longevità: conclusione -peraltro, abbastanza rispondente al buonsenso comune- che porta a riflettere sui criteri di scelta dei destinatari televisivi. Ai savi, o a qualsiasi essere fornito di mente e di cuore,   non resta  che una misera fine per un travaso di bile (8 marzo 1995).

One Comment

  1. E’ vero, meglio il sorriso, anche nei momenti negativi è utile. L’ho provato anche se devo dire che la mia personalità è stata sempre forte e positiva di fronte anche alle sconfitte.
    Quando vedo che si mette male una certa cosa mi suggerisco di ridere perchè è il solo rimedio per restare nella realtà talvolta as=
    surda della vita

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