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	<title>Claudio Nigro</title>
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		<title>Carlo  sMagnetizzato dalla Tv</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:49:11 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Carlo Magno per il teleschermo, rappresentato in anteprima a Montecarlo, è già scontento generale. Le inverosimiglianze e le inesattezze storiche pare che deludano il grosso pubblico dei teleabbonati a cui il film è dedicato e tra il grosso pubblico, si sa, ci sono tanti aspiranti intellettuali e quelli che per non fare brutta figura con gli amici importanti  dicono di averlo visto solo per criticarlo. Sono refusi mentali propri di chi è vittimizzato dalla cultura ridotta in moda. Parrebbe, dunque, che tutti conoscano il Medio Evo barbarico, o ingentilito che sia dalle rivisitazioni; tutti conoscerebbero<i> les Chansons de geste, </i> la <i>Chanson de Roland</i>, e, che so io, <i>la geste du roi</i>, etc.</p>
<p>Per placare il tic filologico dei delusi, possiamo  solo offrire la considerazione che Carlo Magno, un personaggio abbastanza “normale” per i suoi tempi, analfabeta e  puttaniere, calcolatore e passionale, ci è giunto per buona parte attraverso la leggenda e il mito fioriti attorno a un nucleo storico opinabile, rappresentato dalla <i>Vita Karoli</i> scritta dal suo segretario, Eginardo.  (Anche le colte immagini manzoniane del “<i>chiomato sir</i>” e del “<i>guerrier sovrano</i>” sono ispirate  alla leggenda e al mito).</p>
<p>Le sole riserve che si possono, dunque, formulare riguardano la spettacolarizzazione televisiva: in verità, le duemilacinquecento  comparse, i cinquanta stunt-man, i cinquecento cavalli, gli oltre centomila  metri di pellicola, più uno straripante cast di attori stucchevoli e manierati come i personaggi di una telenovela ci rendono poco del coloratissimo mondo barbarico vibrante di  romanticismo con “<i>le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese”</i> e nulla di quella carica spirituale che anima il Medioevo e, in particolare, le gesta guerriere finalizzate all’esaltazione delle virtù, cristiane, ma soprattutto umane, quelle che una Tv di stato dovrebbe riproporre in un momento di black-out, come quello che stiamo vivendo; un mondo che meriterebbe di essere rivisitato in un diverso kolossal, magari a tinte più fosche  e trasfiguranti per allontanare il Medio Evo e riconsegnarlo all’epopea con la ricchezza e la vastità  del registro umano  che innalza e illumina di luce misteriosa  le gesta dei guerrieri, ma soprattutto i loro sentimenti, le loro virtù  e le loro debolezze -quelle del capo per primo- sotto il peso di una missione necessaria da compiere. Si tratterebbe, infine, di recuperare i valori umani e Dio in nome del Quale i cavalieri cristiani combatterono contro gli “Infedeli” pagani,  incivili e bestemmiatori che, intanto, siamo diventati noi, precipitati nel nostro squallido quotidiano privo di ideali, di obiettivi e rappresentato in farsa da consunti politicanti istrioni  e ubiqui, presenti in simultanea  su diverse stazioni televisive. E chissà, se da un’esatta riproposizione del mondo barbarico potrà venirci qualche utile insegnamento di civiltà! (Gioverà spiegare ai nostri politicanti di mestiere innalzati al rango di onorevoli che i miti e le leggende  medievali fiorirono attorno a un coagulo storico formatosi, quando i guerrieri insigniti -per meriti riconoscibili- del titolo cavalleresco abbandonarono la barbarie e la crudeltà primitiva per rispettare una gerarchia feudale, nella quale facevano sfoggio di un sofisticato codice d’onore, costruito su valori etici e soprattutto estetici che fornirono  le basi alla nascente letteratura moderna).</p>
<p>“<i>I Cristiani hanno ragione, i pagani hanno torto</i>”: è lo slogan che sintetizza lo spirito che anima la celebre<i> Chanson de Roland </i>(Manoscritto di Oxford del 1080), dove l’autore,  superando tare razziali e  pregiudizi religiosi, contrappone -<i>pour cause</i>- musulmani e cristiani per privilegiare le gesta cristiane compiute in nome di nobili ideali morali e spirituali,  personificati da Carlo Magno per primo. Peraltro, l’ignoto autore (Turoldus?), pur schierato con i cristiani, osa un’operazione degna della grandezza di Eschilo, quando,  abbandonato dalle sue intenzioni di parte, resta ad   ammirare la bellezza e le gesta guerriere del cavaliere moro, Ruggero, fino ad affermare che il musulmano “lo prenderesti per un cristiano”. Magari, questo non si può tradurre in televisivo (12 febbraio 1994).</p>
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		<title>Dodici, l’impiccato</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:48:29 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>“Il mistero nel mondo è il visibile, non l’invisibile”, sentenziava acutamente Oscar Wilde; mentre il grido atterrito di Michelangelo davanti al suo Mosè, “parla!” che cosa era, se non la coscienza dell’estraneità del suo creatore davanti all’enigma della sua creatura? E’ il mondo delle apparenze, dunque, che ci dà il senso del mistero e dell’occulto. E mentre l’intelligenza s’affanna a penetrare e sciogliere i segreti  della natura e del mondo, l’umanità, pur mostrandosi felice fruitrice delle scoperte e del progresso  scientifico,  sembra voler prenderne ogni tanto le distanze, per riaprire la breccia alla fantasia già dismessa e rottamata dai razionalismi di comodo. Di tutte le spinte ultrarazionali da cui è mosso l’essere, la magia è sicuramente quella che esercita la maggior pressione, da sempre e ancora oggi, in pieno impero della scienza: lo sta dimostrando la proposta di una “<i>Storia della magia</i>” fatta da RaiTre, l’unica rete, credo, che sponsorizza la cultura, quando non si lascia trascinare dalla bagarre politico-elettorale.</p>
<p>La quarta puntata di ieri ha offerto molteplici spunti di riflessione, soffermandosi sulle sette esoteriche: in particolare, sui sapienti biancovestiti Rosacroce e, <i>en passant</i>, sull’ordine della Giarrettiera, anch’esso, pare, a sfondo esoterico. Le personalità rivisitate in chiave magica sono tra le più note: a parte Paracelso il quale intuì precocemente che la medicina, nei migliori dei casi, è un’arte magica, la rubrica ci ha riproposto Bacone e Shakespeare e, di quest’ultimo, non solo il Prospero di <i>La Tempesta</i> che parla con gli spiriti, ma anche Amleto (incarnato nel <i>biondo, bello e di gentile aspetto</i> sir Lawrence Olivier) che tradisce influssi misterici: “Essere, non essere … forse sognavo …”.</p>
<p>Tuttavia, la più grande curiosità ce l’ha riservata la rilettura de “<i>La ballata degli impiccati</i>” di François Villon (1431-1463) nei versi più scopertamente naturalistici: “<i>Voi ci trovate qui appesi in cinque e sei</i>…”, dove, abbandonando l’ottica  letteraria e privilegiando quella esoterica e numerologica, ci accorgiamo che la somma aritmetica   di cinque e sei, più l’io narrante fa dodici che nei Tarocchi è l’impiccato (l’impiccagione per i piedi, a testa in giù, era la pena inflitta ai debitori insolventi, come fu appunto lo stesso Villon, più volte condannato per la sua vita sregolata e, probabilmente, per i debiti di gioco). Scopriamo, così, che  colui che è considerato uno dei pilastri del realismo era un poeta esoterico ed ermetico, secondo la migliore tradizione trobadorica del Medio Evo, così come furono esoterici ed ermetici alcuni tra  i grandi poeti simbolisti e maledetti del tardo Ottocento che dai trovatori si lasciarono suggestionare, primo tra tutti Mallarmé.  In verità, tralasciando categorie e definizioni, utili e inutili allo steso tempo, è  ogni creazione artistica -compresa quella del Padreterno- che suggerisce il mistero, così come ogni scoperta scientifica ci pone davanti all’immensità dell’infinito, insondabile, imperscrutabile nella sua totalità, malgrado le continue conquiste ad opera dell’umano intelletto: è il mistero dell’essere venuto dall’eternità con  l’ansia  di farvi ritorno, in un modo, o nell’altro. E dunque, mentre la scienza  cercherebbe invano di aprirsi una strada verso il mondo invisibile, ultrasensibile, ultrarazionale, restando “un carcere dove è rinchiuso il futuro”, la poesia, la letteratura e l’arte  sono giunte a scommettere sulla trascendenza attraverso le opere e i personaggi  destinati a sopravvivere alla vita dei loro creatori e ad assumere in proprio il mistero di un’autonomia  vitale (1 aprile 1994).</p>
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		<title>Narrate, uomini, la vostra storia</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:47:41 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il dopo “<i>Tunnel</i>” della domenica televisiva sembra fatto apposta per raffreddare gli animi surriscaldati dalle frizzanti trovate dei simpatici Guzzanti § Company. E così, al divertimento  scatenato Rai Tre ha fatto succedere il garbato trastullo intellettual-salottiero del duo Placido-Montanelli in “<i>Eppur si muove</i>”, al quale è seguito in un crescente diminuendo “<i>Taxy-story</i>”, un anemico spettacolino di attualità con filmati e racconti di storielle “piccanti”. Nella puntata di domenica scorsa,  l’attualità era rappresentata da un’intervista ai tassisti napoletani, dai quali mi attendevo qualche fatterello realmente “piccante” condito con il brio e l’estro partenopeo e alternativo alla solita letteratura erotico-tassinara ufficiale, sponsorizzata dal cinema facile e imbastita sull’irrefrenabile pulsione di  donne insoddisfatte attratte dall’avventura di  pochi minuti con lo sconosciuto. Ed ecco il racconto filmato -interrotto ogni tanto dai petulanti interventi  verbali, tutti prevedibili, della conduttrice- di un anziano e scolorito <i>taxi-driver</i>, un racconto -ispirato forse  a  fatti remoti, perché allo stato di decomposizione attuale l’autista appariva improponibile per qualsiasi ruolo, anche per quello di narratore-, tutt’altro che piccante, ma  sicuramente pretenzioso nell’intento di coltivare nel pubblico  la crescente morbo-curiosità  per il sesso “proibito”: alla fine della corsa un giovanotto gay, da repertorio datato, invita l’anziano autista  a casa, con un’offerta di centomila lire. Questi accetta e  sale; ma quando il giovanotto tra una mossetta e l’altra   tira fuori il profilattico  (“<i>o’ profilato</i>” in gergo), il narratore, come da copione, mostra stupore, perché afferma, non aveva capito bene (alla sua età e con quel mestiere!) le intenzioni del cliente e si inventa una scusa banale, un incontrollabile attacco di claustrofobia per cui deve scappare, salvando così l’orgoglio mascolino  che gli permetterà di raccontare agli amici la storia riveduta e corretta. In verità, la fluidità discorsiva e  l’aria malandrina del tassista ringalluzzito dall’evento, lasciavano trasparire un rigurgito di indomito bullismo piuttosto che il compiacimento per   un caso di gerontofilia.</p>
<p>Certo il fragile filmato non ha aiutato alla verosimiglianza; neppure la simpatica cadenza napoletana,  così prodiga nell’elargire  successi  a tante mezze-calzette della scena vesuviana, è valso un merito per il narratore -furbo, o ingenuo non importa- il quale, invece, ha offerto al pubblico l’occasione di riflettere sulla diffusa tendenza degli uomini alla marchetta, incuranti dei limiti di età che, invece, dovrebbero essere vagliati  per maturare  prudenza e buonsenso: a un disattento telespettatore, come me, non è sfuggito che il poveruomo ha dimenticato di precisare a chi dei due toccava indossare “<i>o profilato</i>”, ingenerando un dubbio plausibile, soprattutto nei maliziosi, come me, i quali, considerando  che si comunica tra persone della stesso genere di gusti erotici,  si saranno posta la domanda: chissà se il tassinaro  ha salvato il fondoschiena, ammesso che lo avesse tenuto in salvo fino a quel momento. D’altra parte il dubbio è alimentato dall’assenza di codici fisici inequivocabili: voglio dire che se il tassinaro fosse stato uno di quegli irresistibili  ragazzoni “poveri, ma belli”, come ce ne sono nella realtà, sarebbe stata verosimile la tentazione del cliente e il suo conseguente  invito retribuito; purtroppo il falso moralismo di scena in  Tv crede di mitigare la scabrosità pruriginosa di certi temi con personaggi sbiaditi che possano in qualche modo attutirne  la portata trasgressiva. Le pensa tutte (sbagliate), la TV!  Comunque, anche questa rubrica  va  gettata nel calderone della slabbrata spettacolarizzazione del costume sporcaccione che serve di  incitamento al proselitismo, o alla fuga dalla società: ergo, da gettare alle ortiche (26 aprile 1994).</p>
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		<title>Nul et non avenu</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:47:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Nul et non avenu, cioè, insussistente: è una formula francese, prevalentemente giuridica, per indicare un fatto che non merita nessuna considerazione, perché non produce nulla e non conduce a nulla. Come gli arzigogoli mentali che si aggrovigliano e si imbrogliano nella testa di chi scrive senza  avere l’ispirazione, mentre la…
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Nul et non avenu</i>, cioè, insussistente: è una formula francese, prevalentemente giuridica, per indicare un fatto che non merita nessuna considerazione, perché non produce nulla e non conduce a nulla. Come gli arzigogoli mentali che si aggrovigliano e si imbrogliano nella testa di chi scrive senza  avere l’ispirazione, mentre la mano resta immobile sul foglio immacolato; come le tribune politiche, dove strillano, si insultano, si accapigliano,  per non comunicare alcunché di comprensibile ai telespettatori.</p>
<p><i>Nul et non avenu</i> vale pure per le rubriche e i talk show di “approfondimento” dove si discute di famiglia, di scuola, di femminismo, di amore, insomma, di tutto, in salottini e platee allestite dalla Tv con pubblico, giurie e “specialisti” del tema affrontato: si avviano dibattiti e<i> querelles</i> tra ospiti e conduttori, poi si passa ai minuetti e alle quadriglie fino alla <i>bagarre</i> generale e al <i>grand final</i> con urla e strepiti che cancellano ogni residuo di processi logici e verbali, se mai ce ne siano stati.  La sigla e il serpentone chiudono e riassorbono tutto nell’immensità del nulla.</p>
<p>Ma  allora a che servono i cosiddetti dibattiti?  In verità, il clima degli studi è più propizio al cicaleccio spiccio, ognora pronto alla tensione, o alla sdrammatizzazione del fatto, ma meno idoneo a stimolare i sentimenti, per esempio, il sentimento del sacro che sempre deve investire tutto quello che riguarda l’uomo e il mistero di come si è fatto e come avrebbe potuto non farsi. E invece si parla e si straparla di sesso, di omosessualità, di femminismo, di razzismo e ognuno testimonia  e rivendica, sbattendo in faccia agli altri il suo punto di vista occasionale, fresco di giornata, in uno stile querulo, spesso contestatario e retrò. Ma può capitare chi, patito di modernità, ostenta marcatamente idee e atteggiamenti  di comprensione e di tolleranza delle problematiche scottanti che, tuttavia, lasciano increduli  gli smaliziati, formatisi alle scuole  di semiologia, o di retorica,  i quali conoscono esattamente il valore dei segni e delle forme; cioè, sanno benissimo che cosa è l’antifrasi, oppure, la rivelazione involontaria e le  possono ritrovare dovunque, magari anche negli atteggiamenti tolleranti dei tanti  malintenzionati. E così, se un rabbino mostra sensibilizzazione alle tematiche omosessuali e poi cita il <i>Levitico</i> (cap. 18-22) contro le pratiche “abominevoli” dell’omofilia, lo smaliziato   in ascolto  sa che cosa si nasconde dietro le parole di  quel rabbino.</p>
<p>Il dibattito sul sesso, affrontato ieri in “<i>Parlato semplice</i>” aveva veramente del gossip e della ciaccola facile e confusa, dove finivano per affondare anche gli interventi di qualche saggio presente in studio.  Purtroppo il discorso sul sesso è destinato a imbrogliarsi  sempre più, perché le persone che trattano quel  tema – per primi,  i “difensori” della Chiesa, ma non di Dio che nel suo imperscrutabile disegno ci ha fatto dono incondizionato del sesso- sono spesso astronomicamente distanti da quello che affermano in teoria. Tanto vale tacere, come ha suggerito  nel corso della trasmissione un prudente giornalista che ha citato addirittura Wittgenstein alla proposizione 367 del <i>Tractatus</i>: “Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.  Sì;  è bene che il sesso resti un tabù, se chi ne parla lo fa strumentalmente per scopi tutt’altro che umanitari, o scientifici, avendo trascurato l’unico particolare che conta e che  viene dal Padreterno: attraverso il sesso  passa e si trasmette la vita, non solo quella fisica, poiché  il sesso è materia, ma è anche spirito, fantasia in tutte le sue forme e in  tutte le sue manifestazioni di umana simpatia  che si impongono al di là della famiglia e del matrimonio, del quale, tuttavia, è spesso ritenuto la causa determinante. Ma questi temi la TV non li tratta (11 giugno 1994).</p>
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		<title>Il sesso? Si fa con lo spot</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:46:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Divertente lo sketch di Beppe Grillo in cui l’intelligente comico genovese sostiene che se uno ha voglia di ridere, basta che passi in pasticceria e compri un paio d’etti di panna montata. E certamente, fin dalle comiche del cinema muto, la torta in faccia che fa ridere è solo quella…
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Divertente lo sketch di Beppe Grillo in cui l’intelligente comico genovese sostiene che se uno ha voglia di ridere, basta che passi in pasticceria e compri un paio d’etti di panna montata. E certamente, fin dalle comiche del cinema muto, la torta in faccia che fa ridere è solo quella alla panna: tanto è vero, dice Grillo, che se fosse una crostata, si sbriciolerebbe, sbattendo sul viso, e non smuoverebbe il riso di nessuno. Il ragionamento fila a meraviglia e, dunque, è proprio la panna che fa ridere, essa e essa sola. Da questa affermazione scaturiscono dei corollari istruttivi: se, per esempio abbiamo voglia di andare al Luna Park, non si renderà necessario recarvisi realmente, ma potremo essere soddisfatti, poggiando con intensità lo sguardo su qualcuno che indossa  lo slip <i>Cacharel</i> reclamizzato in Tv con l’accompagnamento della celebre canzone cantata da Yves Montand,  <i>Mon manège </i>(la giostra)<i>, </i> che dice, fra l’altro: “ Tu mi fai girar la testa … la mia giostra sei tu.” E ancora: se ci  accende un’ardente e irrefrenabile  pulsione erotica, non tardiamo ad acquistare un <i>Maxicono Motta</i>, perché “più grande è,  più voglia c’è” e ci facciamo quello che vogliamo! E poi, per gli amanti del piacere è stato trovato “il braccialetto del benessere” sponsorizzato da una  larga dottoressa ben pesante  che nel suo nativo idioma italiota, non passato ancora alla censura di grammatica e sintassi (come del resto quello di tanti altri (ab)utenti della  telecomunicazione), assicura che ci appagherà di ogni desiderio. Un cremino Sammontana ci offrirà solo  il piacere di una gelida <i>fellatio</i>.</p>
<p>Il codice stringato  degli spot pubblicitari, si sa, tende sempre a un metalinguaggio più immediato, più suggestivo e di facile comunicatività, però: ammettiamo il valore feticistico dello slip <i>Cacharel</i>, motivato dalla sua aderenza al “balocco”   che accenderebbe per metonimia (o per sineddoche) la speranza e la brama cannibalesca per il possesso dell’indossatore; ma che un maxicono, fosse pure dotato di una forte suggestione mimetica, possa sollecitare un astratto desiderio, anche se in soggetti massimamente repressi, sembra più alla stregua di una pornodiva -spesso  tanto oscena, quanto inerotica- che di un semplice consumatore della Tv.</p>
<p>Ciò nondimeno, dobbiamo riconoscere agli spot televisivi un ruolo ampiamente sostitutivo dei programmi correnti (carenti), ripetitivi e sprovvisti di ogni interesse ancorché morboso,  e constatare la  continua evoluzione del linguaggio pubblicitario che cerca di interpretare i pruriti di spettatori frustrati dai noiosi palinsesti Rai e  Mediaset. Tuttavia, la sua forza maggiore lo spot la trae dal fatto di irrompere repentinamente sul teleschermo e interrompere a suo arbitrio qualsiasi  show, o talk show  sponsorizzato, offrendo ad essi una pausa di decantazione e allo spettatore  una pausa di distrazione che, stando così le cose, non può che essere benefica.</p>
<p>Infine, la sostanza dello spot  è una promessa di felicità legata a un bene di consumo, o quantomeno,  è un messaggio  di migliorismo affidato alle forme catartiche e liberatorie della pubblicità: se questo può bastare per essere ottimisti, ben venga: Viva lo spot!  D’altra parte, l’alternativa priva di spot può essere  una vita vissuta “nella speranza di vivere”, come affermava Pascal, qualche secolo fa, oppure “al cinque per cento” che, per Eugenio Montale, è tutto quello che  l’uomo riesce a realizzare. Perciò, Mamma TV ha privilegiato lo spot e con la sua crescente spinta all’altruismo e alla prodigalità ne riversa a valanghe sulle reti indifese, con il rischio, però, di asfissia per  gli inermi telespettatori incollati al telecomando (9 agosto 1994).</p>
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		<title>La vita in diretta</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:45:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Quale vita? Certamente quella delle celebrità e dei vip, vite fantastiche e fantasmagoriche tra amori, ville, panfili, gioielli e banchetti da far invidia alla corte fastosa del duca di Berry, così, come è riprodotta nelle iridescenti cromie medievali del codice miniato che si conserva al Musée Condé di Chantilly. E…
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Quale vita? Certamente quella delle celebrità e dei vip, vite fantastiche e fantasmagoriche tra amori, ville, panfili, gioielli e banchetti da far invidia alla corte fastosa del duca di Berry, così, come è riprodotta nelle iridescenti cromie medievali del codice miniato che si conserva al Musée Condé di Chantilly. E certamente un po’ di fantasia fa bene al pubblico della gente  media che lavora e chiede un po’ di distrazione attraverso immagini che gratifichino almeno gli occhi, se non addirittura lo spirito. Ed è il doveroso  compito di una Tv di stato che provvede all’intrattenimento,  oltre che alla formazione culturale dei teleutenti.  Una coppia di sex symbol come Nicole Kidman e Tom Cruise, per esempio, belli, bravi, ricchi, potrebbe  fornire più di  un’immagine di un mondo irreale e comunque verosimile, perché   guardato da noi esseri mediamente normali che riversiamo  su questi personaggi “mitici” le nostre più segrete pulsioni.</p>
<p>Due divi di quel calibro potrebbero offrirceli  in consumo i tanti ideatori e conduttori di <i>reality show</i>; e invece no: preferiscono  la crudele cronaca nera, o peggio, le miserie di cronaca spiccia e strappalacrime costruite ad arte con parenti lontani che si rincontrano, amici litigati da sempre che si rappacificano, insignificanti individui che vengono a confessare i loro errori  e a chiedere scusa alla persona offesa, etc., tutto in uno studio televisivo  davanti a un pubblico plaudente e … demente. (La demenza non è legata all’applauso programmato, ma all’inverosimiglianza delle storie, pardon!, delle situazioncelle raccontate e accolte con emozione e lacrime).  Ma è mai possibile che un figlio va a chiedere scusa alla propria mamma in Tv con il cuore gonfio e gli occhi umidi?  Rispondo io: è inverosimile; a una mamma degna di questo nome basta poco, o forse, tanto: una carezza, un bacio, un qualsiasi gesto d’affetto pescato nel codice segreto dei sentimenti che spesso suggerisce il silenzio. Per ricucire il dialogo  interrotto dall’offesa,  basta una telefonata all’amico, una pizza, perché tutto rientri nell’ovattato, disteso clima dell’intimità e il rapporto si riallacci e si rinsaldi, fortificato dal banale malinteso. Altro che metterlo in piazza!</p>
<p>I responsabili di questi programmi dovrebbero essere più scaltri, se non più preparati; se fossero colti, ricorderei loro <i>L’Arte poetica di Boileau</i>, il passaggio dove lo scrittore del XVII secolo afferma: “Non offrite nulla di incredibile allo spettatore, perché ciò che è vero non è sempre verosimile”. In altre parole, se il vero   oltrepassa  le nostre capacità immaginative -come spesso accade in  momenti drammatici della vita-, bisogna ritoccarlo  per renderlo credibile e offrirlo in racconto agli altri. Ma gli organizzatori, forse, sono assidui frequentatori delle opere di Carolina Invernizio, che, tuttavia, confondono con il Sommo Poeta, quando stabiliscono per questi incontri combinati una specie di pena del contrappasso, con lunghe attese, atroci dubbi,  appuntamenti fissati e mancati dalla parte offesa recalcitrante, ma infine pronta per l’abbraccio di riconciliazione e  <i>l’happy end</i>.</p>
<p>Quanto ai personaggi che si espongono in vetrina per raccontare le loro  storielle stente e senza passione, si capisce che la spinta all’esibizionismo è grande, soprattutto per poveracci destinati all’anonimato più completo e che ambiscono a uscirne per proiettarsi sulla ribalta magica del teleschermo sotto la luce trasfigurante dei riflettori, almeno una volta… e chissà che qualche impresario, qualche regista, non vi scopra un talento e che da una quisquilia non ne esca una brillante carriera! Tuttavia, giova ricordarlo, è già un  successo per i soliti ignoti essere stati selezionati e giungere sul piccolo schermo; per la massa degli esclusi resta tanta amarezza e, spesso, si riaccende il sogno di riprovare, magari attraverso un’altra strada. E bisogna tremare. Purtroppo il mostro Tv può mostrare il volto più pericolosamente seduttivo  proprio alle persone più fragili e più emotivamente indifese: indicare come  strada più sicura  quella della cronaca nera (13 agosto 1994).</p>
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		<title>Dall’Intermezzo allo spot</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:44:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La Serva Padrona, un gioiello di opera buffa che Gian Battista Pergolesi compose -secondo il gusto del tempo- come intermezzo all’opera seria Il Prigionier Superbo, ebbe un grande successo, l’unico che riportò il giovane musicista morto a ventisei anni. L’opera seria cadde presto in oblio, mentre l’intermezzo continuò in autonomia …
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>La Serva Padrona</i>, un gioiello di opera buffa che Gian Battista Pergolesi compose -secondo il gusto del tempo- come intermezzo all’opera seria Il <i>Prigionier Superbo</i>, ebbe un grande successo, l’unico che riportò il giovane musicista morto a ventisei anni. L’opera seria cadde presto in oblio, mentre l’intermezzo continuò in autonomia  il suo trionfo ed è giunta fresca e fragrante fino a noi  per procurarci  piacere.  In verità, l’idea di inserire un’opera nell’opera era nata molto prima, nelle corti italiane, quando per alleggerire la tensione dell’ascolto furono inseriti, tra un atto e l’altro del melodramma, balletti e parti musicali che finirono, spesso, per costituire il centro principale di attrazione dello spettacolo (L’usanza sopravvisse fin nel secolo del Romanticismo, soprattutto in Francia: Giuseppe Verdi dovette comporre  intermezzi di balletti per  adattare le sue opere alle esigenze spettacolari del  gusto parigino).</p>
<p>Oggi le corti aristocratiche e intellettuali non esistono più e lo spettacolo moltiplicato e continuativo -24 ore su 24- si è trasformato in quiz, telenovelas, gossip pseudo-salottiero, o da trivio; tuttavia si è mantenuta fortunosamente l’idea  dell’intermezzo rivisitata e certamente adeguata alle esigenze consumistiche, con criteri estetici più evoluti e rispondenti alle attese e al gusto delle masse televisive. E così, alle favole pastorali, ai balletti, ai madrigali, alle opere buffe, sono succeduti gli “stupendi” spot pubblicitari<i> </i>conditi con tutti gli ingredienti spettacolari, sviluppati a dismisura per compensare la brevità della durata e poter giungere più rapidamente ai destinatari. D’altronde, aver portato il teatro in Tv e aver ridotto lo spettacolo a cronaca, o a sceneggiata televisiva, avrebbe sancito la morte della fantasia: ecco dunque, il sano principio  dell’economia naturale con il recupero di quegli intermezzi antenati per ridare spazio all’immaginazione:  il marchio di un caffè produce per incanto aromi inebrianti che ci conducono su, su, fino in Paradiso,  al cospetto del Padreterno in persona che sorseggia con  piacere il nettare terreno, mentre spericolate sigle telefoniche   ci trascinano  a gara in favolose  lande  remote e inaccessibili, ma conquistabili con il telefonino;  i corsi universitari, invece,  si  trasformano in   voli  low-cost verso la conoscenza e il sapere assorbito senza la gogna degli studi e l’inutile lungaggine di una regolare frequenza  … .</p>
<p>Nei nostri spot c’è tutto: musica, danza, lirica, recitazione e soprattutto un ottimismo illimitato legato ai beni di consumo reclamizzati  e trasmesso dalle tonalità gaudiose di  voci calorose, echi di una  felicità (leggi stupidità) che solo può offrire l’acquisto di  questo o quel prodotto, quando non è addirittura osannato nell’acuto di Pavarotti: <i>Vincerò</i>. Se, poi, ci troviamo davanti a interpreti   del calibro, per esempio, dei sex symbol  George Clooney,  Richard Gere, o    Angelina Jolie, ci rendiamo conto che <i>La Serva Padrona</i> di Pergolesi ha fatto scuola e gli odierni intermezzi, cioè, gli spot pubblicitari, si sono  imposti sugli show principali, fino al punto che possono interromperli a volontà per fissarsi nella fantasia dei teleutenti bramosi di  belle immagini e di gettare alle ortiche gli orripilanti prodotti di intrattenimento televisivo (8 ottobre 1994).</p>
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		<title>Ridere allunga la vita…</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 19:35:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Ho letto e sentito dire da qualche parte che ridere fa bene e allunga la vita. Benissimo, lo sapevamo: il riso è proprio dell’uomo, sosteneva Rabelais. E allora, ridiamo! Ma quando, come e dove farlo? Se ci volgiamo intorno, ci accorgiamo che le fonti di produzione del riso sono andate…
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto e sentito dire da qualche parte che ridere fa bene e allunga la vita. Benissimo, lo sapevamo: il riso è proprio dell’uomo, sosteneva Rabelais. E allora, ridiamo! Ma quando, come e dove farlo? Se ci volgiamo intorno, ci accorgiamo che le fonti di produzione del riso sono andate prosciugandosi, fino al punto che sembra impossibile reperirne le tracce. Una volta c’erano i periodici umoristici, come <i>Il Travaso</i> e il <i>Marc’Aurelio</i> con le loro irresistibili vignette e c’era Festa Campanile con le sue eleganti  freddure (“Quando ti nasce un figlio, non sai mai chi ti metti in casa”, “non c’è alcun rapporto tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”); c’erano i comici del teatro e del cinema, Charlot, Stanlio e Olio,  Peppino e Totò, Walter Chiari, che, amorevolmente,  ci aiutavano a soddisfare quel bisogno naturale, direi primario.  Poi arrivò la televisione con i suoi spettacoli per le masse, la quale avocò a sé, quasi interamente,  la funzione culturale: in particolare, quella comica, con effetti  tendenti gradualmente al qualunquismo ridanciano, alla scurrilità sguaiata, all’ amoralità irriverente in una generale perdita di vigore espressivo del linguaggio.</p>
<p>Oggi, la vita si è irreggimentata  nel cupo conformismo ai miti sfornati dalla televisione che del riso, credo,  ha perso anche la nozione più elementare, se  gli addetti alla produzione del riso &#8211;  compresi i personaggi del  cinema  e del teatro che, pur di porsi ancora in vetrina per tener vivo il loro  gradimento, vengono in Tv a raccontare aneddoti “spiritosi” di banale vita privata &#8211; riescono solo a far piangere di rabbia e a suscitare propositi di vendetta.</p>
<p>Eppure il riso risponde, oltre che a una necessità naturale, anche a una funzione sociale e  del riso si è sempre occupata la letteratura -fin dai tempi dei greci e di Orazio- e il pensiero filosofico. Henri Bergson pubblicava, circa un secolo fa, un saggio su “<i>Il Riso</i>”, dove, tra l’altro, il filosofo, cugino di Proust, sosteneva il carattere sociale del riso, poiché, diceva, non si ride da soli e attraverso il riso la società richiama all’ordine coloro che svolgono un’azione disgregatrice. Il riso, inoltre,  essendo provocato da quanto c’è di innaturale, di meccanico nel comportamento umano, produce non solo un effetto liberatorio immediato, ma favorisce l’attività conoscitiva che reintegra la realtà nella sua essenza. Comunque, è bene precisare, si ride sempre del sembrare, non dell’essere, almeno tra le persone civilizzate.</p>
<p>Sfruttando le suggestioni  bergsoniane, proviamo a chiederci quanti e quali spettacoli, o comici addetti alla produzione del riso riescono, oggi, in questa finalità. Poiché la nostra è una rubrica di critica televisiva,  parliamo, naturalmente,   di televisione. A parte il travestimento  sgangherato che rivela l’insensato pregiudizio maschilistico -solo gli uomini si travestono- contro l’indole ciarliera e lussuriosa della donna, dovrebbero far ridere le innaturalezze, o le deformazioni di  … taccio i nomi troppo noti e diciamo di tanti personaggi sbiaditi in cui le acciaccature e lo scimmiottamento con l’enfatizzazione meccanica della cadenza nella pronuncia  e nei gesti dovrebbero  oltrepassare il codice espressivo apparente per condurre all’essenza che, invece,  si rivela un’Assenza dell’<i>ubi consistam</i>, cioè, un’Abolizione di senso e di significato,  l’uno e l’altro legati a un secondo livello di comunicazione  che, purtroppo, è inesistente; insomma, ne viene fuori un Nulla articolato e insignificante: quello che, secondo costoro, merita lo spettatore.  Dovrebbero far ridere le barzellette dei barzellettieri confezionate per un pubblico  di modestissime capacità di spirito; dovrebbero far ridere gli aneddoti, che sono scipiti  fatterelli personali degli ospiti, condite con arcaici qui pro quo e volgari giochi di parole. Insomma, pare che per gli organizzatori lo spirito si debba muovere sui livelli più bassi dell’intelligenza e del linguaggio. (I comici veri -i Guzzanti, Paolo Rossi, Chiambretti, Luttazzi, etc.- ci sono ma circolano poco e male in TV, relegati su Raitre, la rete “comunista”, in coda ai programmi serali, sotto la minaccia di   soppressione).</p>
<p>Qualche sorpresa possono  riservarla solo  le astuzie degli operatori con l’uso di una cinepresa che, come già notava Pirandello, ha il potere deformante di rendere meccanici gesti e parole. Vi ricordate Stefania Sandrelli nel ruolo di aspirante attrice  che si  butta giù dalla finestra -nel film <i>Io la conoscevo bene </i>di Pietrangeli-  per la vergogna di vedersi ripresa in pellicola come una bambola meccanica? E le lacrime di disperazione di Anna Magnani  in<i> Bellissima </i>di Visconti, dove la sua bambina appare riprodotta come una marionetta che fa morire dal ridere  i crudeli addetti ai provini? La stessa sorte  ha dovuto subire, domenica scorsa, una nota top model anglofona, vittima di un’intervista vana quanto morbosa della conduttrice di “Domenica in”, alla quale la modella sembrava  rispondere meccanicamente   con  una formula, sempre la stessa  (<i>I think so, I think so</i>), adattata dall’operatore e dal traduttore con un effetto distorcente e comico.  Ci hanno fatto ridere  fino al disgusto.</p>
<p>Infine, se fosse vero che tutte le insulsaggini propinate dai nostri presentatori  tv fanno ridere, dovremmo giungere alla conclusione che solo i semplicioni hanno diritto alla longevità: conclusione -peraltro, abbastanza rispondente al buonsenso comune- che porta a riflettere sui criteri di scelta dei destinatari televisivi. Ai savi, o a qualsiasi essere fornito di mente e di cuore,   non resta  che una misera fine per un travaso di bile (8 marzo 1995).</p>
<div></div>
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		<title>Il gioco della morte</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2015 10:42:01 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Schiaffeggiati da una cronaca che ci rende sempre più offesi nel nostro bisogno di umanità, non possiamo non procedere a confronti fra le diverse fasce della crudeltà e della stupidità che ci circondano. L’integrità e la felicità della fanciullezza è nelle nostre preoccupazioni; il fulcro delle tragedie giovanili è  la morte, ma si palesa una sempre più terrificante ambiguità delle ragioni fatali, dei percorsi diabolici che spingono la fanciullezza nel seno perverso di una fine che è la loro più schiacciante antitesi. Accade, così, che la Tv ci mostra bambini bosniaci, o ceceni, attanagliati dalla morte e dalla distruzione, giocare e rincorrersi sulla neve immacolata, quella stessa neve che in pochi istanti sarà insanguinata: colpi di cannone, sventole di mitraglia partite non si sa perché, né si sa da dove, li falcidiano e troncano per sempre un anelito che fino a poco tempo fa era così palpitante e irrefrenabile.</p>
<p>D’altra parte, in un mondo come il nostro, abbandonato da un vecchio stile orribile e consegnato a ipotesi non delle più rassicuranti, la noia, la stanchezza, l’inerzia, la perdita di  ogni idealità, di ogni speranza, se sedimentate nei figli di un fragile benessere, si proiettano anche nei fanciulli in ipotesi strambe e disperate di risoluzioni di quei piccoli casi, che, a volte, nella fluida immaginazione giovanile appaiono insolubili. E’ l’esempio di morte facile che viene da ogni parte, che germoglia perniciosa da ogni angolo del mondo, che affiora dalla letteratura cinematografica, che sgorga indisturbata dalla Tv – spesso unico contatto dei bimbi con il mondo esterno- e avvia un‘infernale opera di impossessamento su piccole anime senza equilibrio, senza consiglio, senza esempio. Così, la morte diventa gioco, diventa sfida, affermazione di primato e unica possibilità di far valere un protagonismo costantemente negato per l’assenza di ogni stimolo formativo rivolto alla fresca età, età che conosce già il furto, la prostituzione, la violenza, la droga, come moneta corrente, per un andare avanti inconscio e oscuro, pronto a inciampare nella prima sciocca occasione.</p>
<p>Eppure, ad onta di tali verità agghiaccianti la Tv ci propina tutta una pubblicità “infantile”, nella quale l’infanzia, se da una parte rivive tutto il cretinismo di tanta letteratura in mala fede, dove essa appare beota e beata nella posticcia armonia che la circonda,  dall’altra, ostenta un comportamento schizoide scisso fra il candido edenismo dell’incoscienza e il logoro edonismo del consumo. Negli spot pubblicitari, bambinacci saccenti dialogano con adulti immaturi, esprimendo preferenze  per questo o quel prodotto, dai detersivi ai brodi di carne, a dispetto dei bambini veri e a rischio, i quali se ascoltassero i loro messaggi non potrebbero che confermarsi nel  malessere e nel  disgusto per un mondo che li ignora e li sfrutta. La donna ha combattuto e combatte ancora per sottrarsi al “destino” di donna-oggetto, ma chi si farà garante di un’infanzia cosciente dell’inutilità di vivere senza meta, senza amore in un’unità familiare costruita solo sul consumismo?  (16 febbraio 1995)</p>
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		<title>Da Joséphine al Karaoke</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2015 18:12:54 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>“Joséphine à Bobino” avviluppata in una guaina splendente di lustrini e tante, tante piume a non finire: è l’immagine della Venere Nera apparsa per l’ultima volta al teatro parigino nel 1975, in uno spettacolo di André Lavasseur tutto costruito su lei. Fu ancora una superba apparizione degna della “frivolité” e…
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				<content:encoded><![CDATA[<p>“Joséphine à Bobino”  avviluppata in una guaina splendente di lustrini e  tante, tante piume a non finire: è l’immagine della Venere Nera apparsa per l’ultima volta al teatro parigino nel 1975, in uno spettacolo di André Lavasseur tutto costruito su lei. Fu ancora una superba apparizione degna della “frivolité” e del primato mondano della capitale francese. Ma quanti spettacoli Joséphine   aveva regalato a Parigi e ai suoi teatri, dalle “Folies Bergère” all’Olympia! E che cosa aveva incantato i Francesi? La sua bellezza, certamente, le sue movenze, le sue canzoni,  ma anche la sua biografia che durante le esibizioni essa ripercorreva dalle origini nella Louisiana fino all’approdo a Parigi, dove debuttò nuda con un gonnellino di banane, nel  1920, quando sulle spiagge  le bagnanti portavano un costume-palandrana che ricopriva il busto fino a metà coscia. E l’anima di Parigi, non quella bacchettona e perbenista, ma quella vera, viva e trasgressiva si riconobbe in lei e l’acclamò. Da allora Joséphine ebbe “deux amours” e “mon pays et Paris” divenne la sigla di molte sue performance. Che bellezza, che colore, che calore seppe offrire al suo pubblico, regalandogli qualche attimo di svago gioioso  contro tutte le piccole infelicità quotidiane. La sua offerta generosa era autentica, come autentico era  il suo amore per l’umanità che le aveva dato la forza di adottare  tanti bambini e l’aveva ingaggiata nella lotta contro i pregiudizi razziali, non per difendere se stessa, una diva riconosciuta e onorata in tutto il mondo, ma per i tanti senza nome, vittime del demoniaco diritto del più forte che da tempi immemorabili tiene in catene la razza negra, “inferiore” per gli arroganti  senza timor di Dio e delle leggi naturali, ma superiore per le infinite risorse umane da contrapporre per resistere contro tutti gli abusi disumani.<br />
Joséphine Baker è stata la soubrette più acclamata e la personalità più straordinaria del XX secolo, pari per dignità e celebrità solo a uomini come Martin Luther King e Nelson Mandela; ma dei giovani di oggi chi (ri)conosce quel nome, quei nomi?  Nessuno,  credo nessuno. La proposta in Tv di un asettico film sulla Venere Nera, privo del necessario  coinvolgimento e della gioia della fantasmagoria spettacolare -che solo le immagini originali di repertorio  possono offrire-, ma affidata a uno stento copione da telenovela, come può risvegliare coscienze immemori, soprattutto se le sequenze vengono intervallate dal karaoke con rap e break-dance? Ci è sembrato d’obbligo un  contributo all’omaggio che si deve alla sua memoria e alla  sua patria francese multicolore e multietnica che celebra domani l’anniversario della presa della Bastiglia in nome della consacrata trinità Liberté, Egalité, Fraternité (13 luglio 1994).</p>
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