Il notevole successo di pubblico di Orlando (Sally Potter, 1992) -un sontuosissimo film tratto dal romanzo incompiuto di Virginia Woolf che si ispira alle vicende del Cavalier d’Eon- si può motivare con la particolarità del tema: un uomo che a un certo punto della sua vita si scopre donna ed esce fuori dal tempo della storia narrata per confluire nella Grande Storia dell’umanità, da sempre contrassegnata dalla latente pulsione che per diverse strade spinge l’uomo verso il misterioso universo femminile. Una di queste strade è il travestitismo che, tralasciando il film, seguiremo in un percorso più aderente agli attuali meccanismi sociali e psichici.
Restringendo l’ottica, qui osserveremo il travestitismo non nel suo lungo processo evolutivo, ma nel suo affermarsi come fenomeno dei nostri giorni e della nostra città, Roma; un fenomeno che, diciamo subito, è giunto ormai a proporzioni tali da provocare qualche problema di ordine pubblico: già, perché, è bene ricordarlo ai non addetti ai lavori, i travestiti trovano la loro migliore realizzazione nelle “relazioni sociali” e, quindi, i marciapiedi, una volta perlustrati dalle “signorine”, sono stati gradualmente conquistati da loro, le “vere” donne così perfette e impeccabili da sembrare finte. (Disse Jean Cocteau del trapezista Babette: “Quando si cambia in donna diventa non una donna, ma la donna”). E ciò che determina il loro successo è la riconquistata femminilità già abbandonata e dismessa dal gentil sesso.
Certo, nel nostro quotidiano i termini “virilità” e “femminilità” hanno perduto la connotazione drammatizzante di una volta: il costume ha creato la divisa e il linguaggio unisex, il progresso ha confuso i ruoli tradizionali, l’eros giace in quarantena. Che cosa potrà mai restituire all’uomo la donna perduta? O meglio, la forma archetipica della donna che la modernità non è riuscita a sradicare? Ecco, allora, le vestali degli archetipi, i travestiti: lontani dalla modernità e dal progresso, questi angeli della femminilità ancestrale conservano immutata la concezione di una società primigenia, dove i sessi sono ben divisi e le funzioni erotiche ben chiare. Sono essi che hanno ridato vita, riconsacrandoli, al feticismo dell’abbigliamento femminile e alla seduzione di una gestualità fantasiosa e vezzosa. E’ comprensibile, quindi, che l’uomo medio, irretito nell’ingranaggio di coppia moderna con un continuo scambio di ruoli, possa cedere alle lusinghe, sia pure effimere e casuali, di donne apparentemente così desiderabili, le quali, conservando la memoria del loro stato maschile, conoscono tutti i segreti dell’essere e del dover essere uomo, comprese le sue più inconfessabili pulsioni (è noto che i travestiti sono tutt’altro che evirati). Le lunghe processioni al Flaminio, a Viale Oceano Pacifico, etc., hanno tutto l’aspetto di motorizzati pellegrinaggi di neofiti alla ricerca dell’antica Madre, riconfermando in ciò il carattere sacrale di un fenomeno che sfida finanche il timore dello scandalo e che nella sicurezza di una partecipazione rituale sembra offrire ad alcuni addirittura un motivo di vanto.
Il mito della femme fatale risorge nel travestito che, intanto, si è reso cosciente di dover rispondere alle esigenze della massa, come la pornodiva, alla quale il travestito tende a somigliare per una più rapida trasmissione della segnaletica erotica. Ma come nella femme fatale, così nel travestito, più marcata è la femminilità di maniera, meno sicura è la richiesta degli utenti che si interessano al fenomeno non per le tradizionali necessità sostitutive, ma per il piacere di partecipare a una ritualità pagana che sembra ormai germinata dalle visioni felliniane. Nasce così l’equivoco -non si sa fino a che punto sia equivoco- che il deprecato disturbo alla quiete pubblica e al comune senso del pudore dei non “adepti” non sia tanto dovuto al numero tutto sommato esiguo di sponsorizzatori del piacere, quanto al numero incredibilmente più vasto di curiosi, i quali mascherano in sornione voyeurismo una pratica ormai consolidata che li accomuna a questo mondo che, se posto in vetrina è per ostentazione, ma anche per la provinciale drammatizzazione con la quale è stato sempre trattato il sesso.
Se -evitando questioni che ci porterebbero lontano, nella giungla del sesso- osservassimo il travestitismo odierno in un’ottica diversa, scopriremmo che esso risponde al principio della specializzazione e della suddivisione delle sfere di competenze.
Comunque, dando uno sguardo alla storia, avremo modo di constatare che l’ “hobby” del travestitismo è stato molto diffuso fra le persone illustri: non desta, dunque, meraviglia scoprire in una lettera di Richard Wagner a una sarta la richiesta di sei paia di scarpette in raso ornate con mazzolini di rose, né venire a sapere che il ministro della guerra di Guglielmo II, il conte Hulse-Haeseler sia morto dopo una memorabile performance in tutù e scarpette da ballerina eseguita davanti a un parterre di riguardo, dove brillava Sua Maestà imperiale, il Kaiser. Ma, tralasciando le celebrità, l’hobby del travestitismo è ugualmente presente tra le masse e non solo per Carnevale.
Oggi non ci resta che registrare il fenomeno e valutare globalmente il compito assegnato a sofisticati specialisti di custodire la femminilità sopita nelle donne emancipate e di coltivare l’eros anch’esso in declino: è grazie a loro che la femminilità, ovvero quella parte di femminilità genetica dell’uomo, resiste e può trovare addirittura soddisfacimento in una paradossale corrispondenza -lesbica- proprio con i travestiti. (L’intersessualità è un fenomeno molto diffuso: peccato che non si porti a conoscenza delle masse!). Può confortare questa’ultima riflessione l’intervista a Moravia apparsa sul quotidiano Il Giorno del 5 febbraio 1965; alla domanda: -Quale personaggio letterario le piacerebbe essere? Moravia rispose: -Alice nel paese delle meraviglie (21 gennaio 1994).
