Uno dei vizi più comuni ad antologisti e critici di dozzina è quello di spiegare il contenuto dell’opera criticata, cioè, farne la parafrasi. Succede con i romanzi, succede, purtroppo con la poesia il cui senso (e sostanza) è affidato a quei “margini di silenzio” dove si realizza l’ineffabile che è inspiegabile e intraducibile. E così, se capita un testo di particolare audacia espressiva, si renderà necessario all’inesperto esegeta il ricorso a strategie esplicative arzigogolate che appianino le apparenti asperità formali e ne facilitino la comprensione, recando oltraggio al duro travaglio dell’autore che nella ricerca delle parole “le interroga, le saggia, le vezzeggia, le lacera, le pialla, le imbelletta … e dopo averle arrogantemente strapazzate” si accuccia nuovamente “davanti a loro con rispetto e devozione” (Canetti).
André Breton, grande protagonista del Surrealismo, ebbe a rimproverare a un impertinente commentatore la pretesa di chiarire in nota qualche passaggio più oscuro delle sue poesie, e, rivendicando il principio di identità, gli spiegò che “il domani della crisalide in veste di danza” è uguale solo a se stesso e soprattutto non è uguale alla farfalla. Esatto! così, come -aggiungiamo- “Cristallina mammella” non è uguale a caraffa. Il sacrilego esegeta, vittima della superstizione del contenuto (la forma impura, secondo Paul Valéry), aveva inutilmente frantumato il testo e disintegrato la totalità del linguaggio che unisce indissolubilmente realtà, fantasia e memoria, senza poter far luce sulla poeticità dell’espressione.
Odisseas Elitis – premio Nobel 1979 per la letteratura- che riferisce l’episodio, sottolinea che “quello che il poeta aveva da dirci ce lo ha detto, pur trovandosi a un millimetro dalla logica reale”. Ma quella minima distanza costituisce un ostacolo insormontabile per l’intelligenza che è guidata da meccanismi razionali e da espedienti logici idonei solo a smontare e a rimontare le parole di una poesia, e non a penetrarne il mistero: l’ostacolo resterebbe anche se provasse ad affrontarlo il poeta stesso, perché, afferma Elitis nel suo saggio Il metodo del dunque: “I poeti che spiegano le loro poesie con il senno di poi, mentono”. “Il poeta segue un cammino ignoto, dove lo seguono le sue intenzioni che, mentre scriveva, lo avevano, senza rendersene conto, abbandonato per lasciare il posto ad altre venute non si sa da dove e racchiuse nel risultato finale con tale evidenza, da restare lui stesso stupito”. E’ chiaro che il risultato di cui parla il poeta greco realizza non solo una dimensione inconscia, ma rivela anche il difficile percorso per arrivarci attraverso la travagliata elaborazione della forma, che resta l’essenziale della poesia nella sua unicità espressiva.
Si avverte in queste affermazioni l’influenza della cultura francese da Rimbaud in poi. E infatti a Parigi, dove visse dal 1948 al 1951, Elitis conobbe i massimi esponenti del gruppo surrealista, da Breton a Tzara, a Reverdy, a Eluard, e respirò l’aria che avevano respirato Valéry e i poeti simbolisti, primo fra essi, Mallarmé, il quale aveva consigliato all’ amico Cazalis che il modo migliore per capire una poesia è di “lasciarsi andare”, mormorando più volte “per assorbire il fascino di quel miraggio interno suscitato dalle parole”. “Se non capite, allora immaginate”, aggiunge Elitis.
Rientrato dopo tre anni con il ponderoso bagaglio di esperienze francesi, Elitis riscopre la sua Grecia che già lo aveva suggestionato in tenera età, indicandogli l’aspetto simbolico delle cose. Il recupero della grecità insieme alla riscoperta della bellezza mediterranea circonfusa di sole, di mare, di luce, lo conduce alle radici del mito e gli svela la dimensione “dell’astratto nella sensazione del concreto” che lo fa “tornare, vittima … dell’eterno, all’assoluto scintillio del mare nel sole”, così, come era accaduto all’adolescente Rimbaud che Elitis cita a proposito:
Elle est retrouvée!
Quoi? L’éternité.
C’est la mer allée
Au soleil.
(E’ ritrovata!/ Che? L’eternità./ E’ il mare circonfuso/ di sole).
Si precisa l’idea della poesia come forza propellente che investe le parole e le rende capaci di risonanze “che si propagano fino a molto lontano, arrivando talvolta a qualcosa che non ha nessun rapporto con il significato iniziale delle parole. Non c’è nessun rapporto tra il sole e una bella giornata … tra la morte e il nulla … tra natura e amore per la natura …”, ma dalla loro unione può liberarsi un sublime canto poetico che, solo, può conquistare all’uomo “il diritto alla felicità”. “Con la panìa, o con la bacchetta di vischio, puoi prendere gli uccelli, mai il loro canto. C’è bisogno di un’altra bacchetta, quella magica, e come può fabbricarsela chi non l’ha avuta in dote fin dalla nascita?… Quando quest’altra sfiora le cose -le parole e le loro declinazioni- cade la vera notte e s’innalza il vero sole e tutte le eventuali infrazioni cessano di essere un puro arbitrio … tendono a prendere il loro posto nei testi che scriviamo …” .
(A distanza di cinque secoli, in queste dichiarazioni sembra ancora risuonare l’eco dell’ “ingenium” (genio, o qualità intellettiva individuale), cioè, del dono divino- di cui parlava l’umanista Angelo Decembrio nel De politia letteraria (1462)- che collocava il poeta al di sopra degli altri artisti).
Magia, o dono divino, la poesia si identifica, infine, con quello che nel linguaggio matematico si chiama il “punto di sella”, di equilibrio tra due variabili, sogno e ragione, sobrietà ed ebbrezza, passato e futuro; cioè, condizione di armonia tra due estremi contrapposti, stato di grazia che attraverso l’oggettivazione espressiva ci rivela la nostra soggettività misteriosa e sconosciuta. Partito dalle esperienze simboliste e surrealiste, Elitis giunge a poter affermare, all’occasione del premio Nobel, a Stoccolma, che “la poesia è l’arte di avvicinarci a ciò che ci oltrepassa” e, aggiungerei, di aiutarci a vivere meglio.
Le poesie di Elitis ebbero facile diffusione attraverso la musica di Mikis Theodorakis che ne scelse alcune della serie Le Cicladi, affidandole alla suggestiva vocalità di Maria Faranduri, una vocalità scura e profonda, capace di restituire al ritmo popolare greco la purezza rude e misteriosa del primordio.
Di Theodorakis è la trasposizione in musica dell’opera più impegnativa del poeta greco, “To axion estì ” (dignum est), la Genesi (1960), dove il mito della creazione è rivissuto nell’estasi immaginifica della parola investita di una luce che illumina tutte le fasi di un processo di autocoscienza e si identifica con l’uomo stesso, l’uomo degno ed essenziale.
Le poesie di Elitis e, soprattutto, le musiche greche sono rimbalzate in Italia, accolte con il dovuto riserbo con il quale la cultura ufficiale sa reagire di fronte ai fenomeni culturali e artistici prodotti lontano dai suoi confini, nella “Khamchatka” greca; per quelli che si producono all’interno, invece, l’accoglienza è legata alle amicizie “giuste”. E’ con animo confortato, perciò, che guardiamo al pubblico riconoscimento dell’Università di Roma, “La Sapienza”, che nel 1988 ha conferito la laurea ad honorem al grande poeta greco, presente in questi giorni nella capitale romana per festeggiare quel felice evento nel salon-restaurant diretto da un greco doc, Nikos Spiropoulos. (Maggio 1995)
